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I videogiochi: addiction o apprendimento? Dal terrorismo dei media all’isolamento…

La dimensione temporale è essenziale al desiderio: il tempo del desiderio è un tempo dilatato e teso verso il futuro, ciò che conta non è tanto l’istante in cui si raggiunge l’oggetto, ma la durata del percorso che porta a tale istante. Questo è un po’ l’ideologia di D’Annunzio che vedeva il tempo come se fosse un organismo trascendentalmente etico, dove la questione della temporalità porta ogni cosa alla creazione del tempo stesso che prende spazio e forma.

Nei videogiochi il meccanismo è il medesimo, ovvero che ad ogni gioco in cui ci imbattiamo desideriamo andare sempre avanti, fino ad arrivare alla fine e quindi a quella gratificazione che ci fa sentire bene. Detta utilizzando le parole di Paul Valèry: “Attraverso la meccanica del desiderio, il piacere del gioco si prolunga e si autoalimenta all’infinito facendoci perdere, a volte, la cognizione del tempo stesso.” Come per esempio i giochi endgame che possono portare un individuo ad una certa abitudinarietà. Le storie sensazionali dei media che avvertono, in maniera terroristica, di terribili conseguenze per chi gioca ai videogiochi ormai non si contano più, ma queste previsioni sono effettivamente giustificate dalla ricerca? Possibile che ci sia un fondo di verità?

La risposta a questa domanda non è così semplice come suggerito dai primi studi o comunque da chi pensa di essere interessato, utilizzando la politica, ad appiattire in maniera quasi sequenziale quello che poi è il mercato videoludico, che nonostante tutto, in questi anni è cresciuto acquisendo anche un certo “potere”. La violenza presente in alcuni videogiochi è stata studiata per più di trent’anni e le conclusioni tratte sembrano dipendere da:

  • Quello che in linea generale è la definizione di “violenza nei videogiochi”.
  • Il gruppo studiato (ad esempio, bambini, adolescenti o adulti).
  • Quanto deve essere ampio l’effetto prima che sia considerato clinicamente significativo?
  • Ed ovviamente il gruppo di ricerca che conduce lo studio.

Alcuni gruppi di esperti sono certi che la violenza nei videogiochi fa sì che le persone diventino più violente, arrabbiate e aggressive nel mondo reale. Sostengono che la violenza presente in alcuni videogiochi desensibilizza in qualche modo i giocatori, insegnando loro che l’aggressività fisica è l’approccio migliore in termini di risoluzione dei problemi. Questo, sempre a detta di chi segue questi studi, induce l’individuo ad agire su pensieri violenti. Sempre gli stessi ritengono che i videogiochi violenti dovrebbero essere vietati (sebbene tale divieto sia stato dichiarato incostituzionale addirittura dal NY Times nel 2011). I resoconti dei media che attribuiscono la colpa esclusiva ai videogiochi sarebbero solo un esempio di questo particolare punto di vista che prendendo casi isolati di persone già con problemi come depressione, cattivi ambiente famigliare, ecc ecc… portano a denigrare e screditare quello che ad oggi viene riconosciuta come arte.

D’altra parte, ci sono anche quelli che ritengono essere sicuri che la violenza presente in alcuni videogiochi o comunque nell’universo dei videogiochi generale abbia un impatto assolutamente zero su chi ne usufruisce, questo indipendentemente dal tempo che gli si dedica.

Non condividendo pienamente nessuna delle varie opzioni, limitandomi quindi a riportare quello che sono i dati ad oggi, bisognerebbe uscire dallo stallo culturale cambiando molte cose, dovremmo partire sul fare chiarezza. L’industria videoludica italiana e il pensiero che ne gira attorno, allo stato delle cose, sembra ancora per molti una sorta di chimera. Un territorio accidentato e ricco di pericoli in cui non si sa nemmeno da dove iniziare. Forse perché ancora nel nostro bel paese i videogiochi vengono visti solo ed esclusivamente come un passatempo effimero a cui non bisogna dare l’importanza che merita? Colmare il divario tra underground, mainstream o prodotto culturale sarebbe possibile senza poi andare ad concepire teorie che possano portare un prodotto ad essere bollato – in maniera ingiusta – come male assoluto? Personalmente non mi sorprenderei che la vera (ma più complicata) risposta cada tra questi due estremi.

Dopo questo indiscusso punto quasi scientifico per terminologie traverse, ovvero pippone, la domanda sorge spontanea: Vi è mai capitato di giocare ad un gioco ed essere totalmente rapiti da esso fino al punto di perdere la cognizione del tempo? Quale gioco vi ha reso particolarmente dipendente? Ma soprattutto voi cosa ne pensate?

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