Film

Recensione “Bohemian Rhapsody”.

Parlare di un film come “Bohemian Rhapsody” è arduo quasi quanto sviscerare a fondo il significato dell’omonimo brano, simbolo indiscutibile di tutta l’essenza dei Queen. La pellicola in questione, è stato un grande successo ai botteghini, ma la critica è inevitabilmente spaccata in due; o è stato eletto a capolavoro, o è stato ampiamente disgustato. Non ci sono vie di mezzo, puoi solo odiarlo, oppure amarlo. E poterlo recensire a distanza di molto tempo rispetto ai primi articoli usciti, è una posizione che ritengo privilegiata. Chi ha ragione dunque? I fervidi e assidui fan, convinti della pochezza e mediocrità del film diretto da Bryan Singer, oppure coloro rimasti estasiati, e addirittura commossi, nel vedere su grande schermo le gesta di una band storica? L’ennesimo scontro ideologico, questa volta a suon di musica rock, sulle note degli indimenticabili Queen.

Confesso che non sono certo un profondo conoscitore a tutto tondo della band inglese, e dei loro travagliati trascorsi discografici. Bensì mi ritengo un grande estimatore e cultore di questo gruppo, i quali hanno indelebilmente segnato la storia della musica e non solo. Infatti i Queen sono una delle massime espressioni socio-culturali più influenti mai comparse dinnanzi all’opinione pubblica, qualcosa che va oltre il mero gusto musicale, ed ecco che la mia curiosità, condita da una buona dose di passione per i loro pezzi, mi ha portato con alte aspettative al cinema. In poco più di due ore era impossibile raccontare tutto per filo e per segno, e al netto di alcune incongruenze, ho trovato molto godibile questa trasposizione cinematografica, poiché capace di lasciare qualcosa di strettamente intimo. Ed è così che il film esplora l’universo Queen cercando di essere il più esaustivo possibile. Si parte dalla genesi della band e dai primi concerti nei pub di Londra, passando per i primi sold out e la nascita di alcuni brani iconici quali ad esempio “We will rock you”, fino ad arrivare alle crisi tra i vari membri, quelle che hanno rischiato seriamente di “uccidere” il marchio Queen, ma che hanno proiettato in seguito la band allo storico “Live Aid” a Wembley del 1985. Il tutto ruota inevitabilmente attorno alla figura di colui che più di tutti ha dato un senso al significato di frontman, un’artista che ha legato indissolubilmente il suo nome alla parola performer: Freddie Mercury. Uno come lui, capace di rubare la scena sul palco, era inevitabile lo facesse anche in una pellicola del genere. L’arduo compito di indossare le sue vesti, è toccato a Rami Malek, reso celebre della serie tv “Mr. Robot”. Missione non certo di facile riuscita, ma ritengo senza dubbio che Malek abbia saputo sopportare adeguatamente sulle spalle il peso di cotanta grandezza, capace di destreggiarsi abilmente fra i gesti e le movenze più iconiche del rocker di origine parsa.

Il film dunque, diventa inevitabilmente Mercury-centrico; vengono posti sotto i riflettori la sua eccentrica personalità, la spiccata sfacciataggine, i demoni interiori che albergavano dentro di lui. Dietro la maschera del grande artista, si celava un essere umano fragile che faticava ad accettare sé stesso. Il film ci mostra di quanto oltre quella facciata narcisista, aldilà della opprimente attitudine da esteta,sempre alla ricerca della perfezione, il vero Freddie cercava di trovare veramente un senso alla propria esistenza, ma era intrappolato da quelle infrastrutture a cui aveva dato vita lui stesso, ricercando un’eterna bellezza di cui però rischiava di divenire schiavo. Un quadro ben chiaro, che dipinge con un ben congegnato ordine, tutta la discordia di cui Farrokh Bulsara (questo il suo nome alla nascita) si faceva carico. Persino nella tematica più delicata e difficile da portare su schermo, ovvero quello della sessualità. Ho letto che molti hanno criticato la mancanza di un reale focus su questo aspetto, cosa che io non condivido, in quanto senza stroppiare, vengono mostrate con raffinatezza le sequenze in questione, esemplare in questo, quella in cui lo stesso Freddie si accorge lentamente, di essere omosessuale. Una personalità che viveva dunque di tanto genio, quanto di grandiosa sregolatezza, come quella che portava nei suoi brani. Basti pensare proprio a quella “Bohemian Rhapsody” che più di tutte, è isomorfa alla frammentazione interiore di Mercury. Un brano di quasi sei minuti, dove l’opera si unisce alla ballata e al rock, in un sincretismo musicale che mai prima di allora si era mai visto. Il film non racconta pienamente nel dettaglio tutto l’iter necessario a realizzare questo pezzo, ma lascia indizi qua e là, arrivando fino alla divertente scena nella sala registrazioni. Ed è proprio questa una caratteristica fondante dell’intero film. Al netto di errori e incongruenze biografiche che effettivamente sussistono, la pellicola non si impone di dare nel dettaglio tutte le vicissitudini della band (ribadisco, in due ore sarebbe stato impossibile) ma ambisce a disseminare nell’arco della sua durata, varie chicche e indizi per nulla superflui, ad esempio con la delicatezza dell’attacco di un pianoforte, oppure narrando nella situazione più quotidiana e “normale” possibile, l’origine di alcuni tra i brani più importanti del gruppo. Ed è questo ciò che riesce più ad allontanare il film da una biografia a senso unico di Freddie Mercury; anche il resto dei componenti della band, ovvero Roger Taylor, Brian May, John Deacon, hanno una loro caratterizzazione, e viene dato loro il giusto rilievo per le canzoni a cui singolarmente hanno accreditato i loro nomi. Tutto perfetto dunque? Assolutamente no. Le pecche e gli svarioni storici hanno un loro peso, così come la decontestualizzazione di alcune canzoni in sottofondo, che non erano ancora state scritte nelle logiche di narrativa interne al film. Trattandosi di un film che si pone come biografia sono effettivamente gravi defezioni, così come anche l’eccessiva teatralità nel quale il film cade. Infatti in certi momenti, più che a un film sui Queen, sembra di assistere al canone classico di film faciloni di buoni sentimenti, quelli in cui una band venuta fuori dal nulla, riesce senza troppe complicazioni a raggiungere il successo. Ciò appiattisce il pathos relativo alla vera natura della band inglese, che ha si, senza dubbio affrontato situazioni come queste, ma con probabilmente meno aura di magnificenza rispetto a quella che si è palesata sin da subito nel film. Un senso di predestinazione mal costruito, che in parte rovina l’esperienza cinematografica, rimanendo tuttavia godibile. Inevitabilmente inoltre, vengono tralasciati o trattati troppo sbrigativamente, alcuni eventi che magari i fan più accaniti avrebbero voluto vedere più considerati, cosa che è percepibile tuttavia, anche dai meno conoscitori dell’universo Queen. Difetti questi che tuttavia non annichiliscono la godibilità e fruibilità di questo prodotto, il quale addentratosi in un irto territorio di difficoltà (ovvero quello di parlare di una delle band più importanti della storia musicale) ne esce valorizzato e con una discreta personalità. Valore in più è la sapiente regia che rende giustizia ad un film carico di aspettative, e che non cade sotto i colpi dell’eccessiva frenesia, concedendo anche durante la scena del “Live aid” a Wembley, una riproduzione dell’evento d’impatto, non perfetta, ma sicuramente carica di emozioni.

In estrema sintesi, “Bohemian Rhapsody” non è certo un film perfetto, ma neanche quell’abominio che molti del settore stanno cercando di far passare. Se si vuole cercare una biografia accurata dei Queen, e della loro storia per filo e per segno, è bene volgere lo sguardo altrove, concentrandosi su altre fonti di informazioni. Se invece si vuole conoscere e veder palesare di fronte ai propri occhi, tutta l’energia e la particolarità di una leggenda come Freddie Mercury, forse potreste rimanerne ammaliati. Rami Malek ha fatto un gran lavoro, e aldilà di alcune “licenze” prese non conformi alla vera storia, emerge un cantante complesso, grottesco, ma allo stesso tempo geniale, portatore di una rivoluzione culturale che ha travolto tutti i sistemi musicali allora vigenti. Un film che merita di essere visto, sia dai fan di vecchia data, sia dai nuovi, sia da coloro che ignorano quasi totalmente la possente caratura di questo leggendario gruppo. Perché i Queen sono più di un’icona rocker, sono andati oltre, hanno rotto gli schemi, non limitandosi al solo medium musicale. Per tutti coloro che ne fanno una questione di elitarismo, che sostengono che film del genere possono piacere solo a coloro che non apprezzano o conoscono a fondo questa band, ho una spiacevole notizia per loro: i Queen appartengono a tutti, senza distinzione. E la capacità di lasciare ancora il segno, grazie anche a strumenti come il cinema, cementifica una volta di più, la loro intoccabile aura di leggenda.

Annunci

Categorie:Film, News

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.