I videogiochi sono la nostra più avanzata frontiera e il nostro più affascinante futuro (Alberto Abruzzese)

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Ciao Claudio, intanto grazie per aver accettato la nostra proposta e grazie soprattutto alla tua disponibilità. Cominciamo!

Raccontaci di più di te e delle tue molteplici passioni

Sono nato nel 1968, fate di conto voi quanti anni ho, che a me suonano sempre troppi quando li pronuncio. Convivo con due nanerottoli di sette anni e la mia consorte, che sopporta tutti e tre. Vuoi per i tanti anni sulla groppa, vuoi per una mia naturale fame di meraviglia, di passioni non me ne faccio mancare e tendono a invadere l’altrui spazio vitale casalingo, perciò ho dovuto fare una scelta: vado a vivere da solo (ogni citazione cinematografica è puramente voluta) oppure ne “taglio” qualcuna.

Le passioni sopravvissute al “taglio lineare” sono la scrittura e i videogiochi, che alimento sottraendo tempo al sonno. La passione per scrivere l’ho scoperta poco più di dieci anni fa; i videogiochi dal loro atterraggio sulla Terra. Space Invaders, estate 1979. I videogiochi sono per me come un album di fotografie. Con il passare degli anni, delle console e dei computer, ho accumulato un bagaglio di emozioni, sensazioni e ricordi che fanno parte della mia esperienza e formazione. Hanno la stessa dignità di altri media, come i libri, la musica e il cinema e hanno tutti la potenzialità di arricchirmi. Sono intrattenimento, ma possono essere anche emozionanti, incutere ansia o paura, commuovere.

Come ti sei avvicinato al mondo videoludico?

La passione dei videogiochi risale al 1979: sotto la pensilina del bar di un lido estivo, accanto alla micro-guida, tra il juke-box e il flipper, spuntò un altro cassettone: era Space Invaders. Ne sono rimasto folgorato. A casa, ho iniziato con una console Mattel Intellivision che mio fratello ebbe regalata a Natale del 1983. Il mio scivoloso nick RedBavon è nato su questa console giocando alla cartuccia Triple Action al “gioco dei biplani” per poi ripresentarsi su tutte le console e computer che ho avuto e che, a eccezione di uno, ancora conservo. Il punto di non-ritorno è stato Advanced Dungeons & Dragons per Intellivision. Anche la rivista Videogiochi ha dato il suo contributo a fare di me una vecchia cariatide (cit. Alan Ford) dei videogiochi. Da allora non ho più smesso.

Nel mondo del web di oggi la strada più veloce per “arrivare” alle orecchie di più persone è quella dei social (Facebook, Twitter, YouTube ecc ecc). Come mai hai intrapreso la scelta di aprire un Blog e scegliere un percorso più articolato?

“La risposta non la devi cercare fuori, la risposta è dentro di te. E però è sbagliata!”. Me lo sono domandato molte volte. In estrema sintesi: amo il suono del ‘tip-ritap-tiri-tap-ta-tap’ su una tastiera, che definirlo ‘scrivere’ mi pare troppo altisonante. Mi auguro solo di non annoiare, non lo sopporterei. Ho un account su diversi social network oltre le mie capacità di stargli dietro: sono un utente “dormiente”.

Dopo averne fatto esperienza per un certo periodo, la mia preferenza va senza dubbio al blog. I social network somigliano a un fast-food della comunicazione e il “cibo” può sembrare gustoso, ma se lo mangi ogni giorno, finisce per ammazzarti. Ho iniziato il blogging quando ho pensato che un blog sarebbe stato il migliore modo di condividere i ricordi di viaggio con tutti i compagni sparsi per la penisola: così ho pubblicato su un logo gli appunti e le fotografie del viaggio. Evidentemente mi deve essere piaciuto, ho aperto un altro blog e sono oltre dieci anni che crocifiggo la madrelingua su quelle pagine di pixel.

Il gioco è sempre stato presente nelle società umane così come, nel mondo animale, nella maggior parte dei gruppi sociali di mammiferi; per i “giovani” il gioco è utile per praticare e sperimentare in un ambiente sicuro future situazioni reali nel mondo “esterno”. Quando si dice “Tanto è solo un gioco” si afferma che non è… (Chi ha paura dei videogiochi?)

Cosa rappresenta per te il senso lato più profondo dell’old school in chiave videogames?

“Old school” non è per me sostenere “quanto erano buoni i sapori di una volta”: non mi sognerò mai di sostenere che Harry Pitfall fosse meglio del Nathan Drake di oggi; non mi sentirete mai dire che la cartuccia di Advanced Dungeons & Dragons è migliore di un qualsiasi capitolo di Dark Souls; non scriverò mai che la cartuccia di Swords & Serpents sia meglio dell’ultima iterazione di The Elder Scrolls, ma posso assicurarvi che, nel mio album di ricordi e baule di esperienze, sono momenti di cui ho memoria e consapevolezza più di quanto possa trasmettere una qualsiasi fotografia 13×18 centimetri su carta lucida.

C’è il rischio di annegare nella pozzanghera di piagnucolosa nostalgia-nostalgia-canaglia, c’è il rischio di volersi dare un tono per fingersi degli esperti, c’è sempre la sindrome di Lester Bangs in agguato. Per i più giovani, l'”Old school” è un momento per riscoprire dei “classici”, come accade in ambito cinematografico. Casablanca o Ladri di biciclette sono film “old-school” o “classici”?

Ritengo che “old school” e – peggio – “retro-gaming” siano una terminologia fuorviante: si dovrebbe distinguere tra videogiochi che ancora oggi riescono a trasmettere una sensazione, sia esso puro divertimento sia una certa emozione, e videogiochi che hanno esaurito nel loro tempo questa funzione. Volere a tutti i costi ritrovare oggi le stesse sensazioni di un gioco del 1980 è come volere vedere a colori e con il sonoro i film muti di Chaplin.

Quale è stato il gioco che più ti ha coinvolto e che magari ti ha lasciato un segno che ti porti ancora dietro oggi?

Advanced Dungeons & Dragons per Intellivision. Ricordo ogni minimo particolare di quando buonanima di mio papà acquistò questa cartuccia: in un supermercato, alcune scatole di videogiochi per Intellivision erano custodite a chiave ed esposte in una teca di vetro, neanche fosse la reliquia del Sangue di San Gennaro. Tra queste scatole colorate, con la stessa aura sacra e solenne della rivelazione del Quarto Mistero di Fatima, mi apparve una confezione, colorata di un bel rosso acceso, in cui era raffigurato da una parte un dragone alato minaccioso e, dall’altra, un irresponsabile, affetto da demenza o pulsioni all’autodistruzione, armato di arco e frecce. Era Advanced Dungeons & Dragons.

Ogni tanto non disdegno di riaccendere l’Intellivision per fare una partita ad Advanced Dungeons & Dragons. Il respiro del drago ancora mi mette ansia e salto dalla sedia, sparando frecce a casaccio, quando da un tunnel sbuca il drago viola. Chi ci ha giocato, sa cosa intendo. Un segno non solo emotivo, ma tangibile, stampato su carta, è rappresentato dal mio personale “momento di gloria” video-ludica.

Il mio nome appare nella classifica nazionale della rivista Videogiochi: nei numeri 36 e 37 del 1986, mio è il record a Donkey Kong Jr. per Adam e a Star Trek per Colecovision. Fu vera gloria? Non è necessario attendere l’ardua sentenza dei posteri, vi rispondo subito io: no, non ho vinto nulla e le donne non mi hanno tirato i loro reggiseni al mio passaggio.

Dicci almeno 3 giochi che ritieni sublimi

Tre sono davvero pochi dal 1979 a oggi. All’impronta dico, senza alcun ordine di preferenza o qualità: Ico, The Legend of Zelda: Ocarina of Time, The Last of Us.

Ma è davvero riduttiva questa lista. Te ne potrei citare tre per ogni console o computer e pure recriminerei che è troppo striminzita la lista.

Dicci almeno 3 giochi che pensi fosse stato meglio non sviluppare

Tutti i giochi con i “loot box” o altro meccanismo che induce una dipendenza simile ai giochi d’azzardo. Sono sicuramente più di tre.

Questa è una domanda di rito delle nostre interviste, un tema mai scottante e sempre più – ahimè – in voga: che ne pensi della questione videogiochi uguale violenza?

L’affermazione così deterministica per cui videogiochi=violenza è evidentemente estrema, senza alcun senso né mai provata scientificamente, anche dai numerosi studi a supporto di questa bislacca equazione.

Esistono, infatti, videogiochi che possono anche emozionare e sono privi di violenza (ToThe Moon, Journey, Flower, Finding Paradise, per citarne alcuni). Non sono mai stati considerati in questi studi. Posso iniziare a discuterne se la domanda si pone in questi termini: un’esposizione eccessiva ai videogiochi dai contenuti violenti può essere uno dei fattori che eleva il rischio di comportamenti anti-sociali?

Dal 1976 i videogiochi sono stati investiti da periodiche ondate di “panico morale”. Il videogiocatore è oggetto di una stereotipizzazione con diversi gradi di “pericolosità”: da soggetto che si auto-emargina socialmente a potenziale “serial killer”. Negli anni Novanta alcuni casi hanno un’eco mondiale: nel 1993 Night Trap e Mortal Kombat sono al centro di un acceso dibattito sulla violenza nei videogiochi che giunge fino al Senato degli Stati Uniti d’America… (Chi ha paura dei videogiochi? #2)

Sì o No (motiva in entrambi i casi), pensi che i videogames possano essere mai cancerogeni o comunque possono aggravare magari isolando alcuni soggetti afflitti da psicodrammi?

I videogiochi cancerogeni? Dove lo hai trovato su Facebook? No, dai. Su quale base scientifica? Su quale casistica rilevata? E sopratutto come è stata rilevata? Nel caso di patologie e disturbi della sfera psichica, non mi sbilancio in una così netta affermazione o negazione perché è una materia complessa e presenta una casistica articolata.

Mi sono occupato di metodi terapeutici che utilizzano i videogiochi e ho scoperto che: in Canada si usa Half Life per la terapia degli individui affetti da aracnofobia, realizzando scenari popolati da vari tipi di ragni. Unreal Tournament è stato utilizzato per creare scenari per chi ha la fobia delle altezze o degli spazi chiusi. L’Università del Delaware ha utilizzato Dance Dance Revolution, Wii Fit e Wii Sports per aumentare l’attività fisica quotidiana degli individui affetti da disturbi dello spettro autistico (ASD) e aiutarli così a contrastare efficacemente l’obesità. Mai come in questi casi è opportuno valutare, caso per caso, i possibili effetti.

Dopo la strage nella scuola di Parkland, in Florida, Trump assieme ad un gruppo di luminari ha dichiarato che: “il livello di violenza nei videogiochi sta cambiando i pensieri dei ragazzi” … continuando mostrando un breve video che mette insieme scene violente prese a caso di alcuni famosi videogiochi. Se avessi 5 minuti per parlare con il presidente degli Stati Uniti d’America, cosa ti sentiresti di dirgli?

Come direbbe Totò all’Onorevele Trobetta: “Ma mi faccia il piacere!” Siamo nel 2018 e fa gli stessi discorsi del Senatore Joseph Lieberman nel 1993?!? Ancora con questa “storiella” dai tempi di Night Trap, Mortal Kombat, Phantasmagoria e Doom, ancora la stessa tiri-tera?

Me lo aspetterei dalla vecchina “abbonata” alla prima fila a ogni Santissima Messa, me lo aspetterei da Peppe “O’ Cartunaro” al Bar dello Sport, ma da lei che è – ogni sillaba scandita con tono pomposo  – Presidente degli Stati Uniti d’America…Ma mi faccia il piacere!!!

Piuttosto dia uno sguardo alle statistiche delle così frequenti stragi scolastiche dalle sue parti (nel resto del mondo sono episodi rari).

Negli Stati Uniti i “gun massacre” e i morti in questi eventi si riducono drasticamente nel decennio in cui è stato in vigore il Federal Assault Weapons Ban (1994-2004), che vietò la vendita di fucili d’assalto e di caricatori ad alta capacità ai civili. Un fattore determinante per ridurre la violenza è la riduzione della fabbricazione e distribuzione delle armi. Presidente? Presidè, ha capito?  Come sarebbe a dire che, all’improvviso, non ci sente più da nessuna delle due orecchie?!?

Passiamo ad un altro tipo di domande…

Film e Serie Preferita?

“Qualcuno volò sul nido del cuculo”, la prima stagione di “Strange Things” e “Band of Brothers”, per le serie animate“Hokuto no Ken” e “Ghost in the Shell”.

Musica, gruppo, canzone preferita?

Nella musica ormai noto una fusione continua di generi che convogliano generalmente nel Pop. Prima che avvenisse questo “mischione”, la Neopsichedelia mi attirava parecchio. Come gruppo e canzone non ho dubbi: The Cure e la loro “Just Like Heaven”.

Il vero “battesimo del fuoco” del nascente attivismo anti-videogiochi è la conferenza stampa del 1 dicembre 1997 in cui Joseph Lieberman richiede un sistema di certificazione dei videogiochi analogo a quanto già in vigore per i giocattoli che potenzialmente possono ferire i bambini. I videogiochi – dichiara Lieberman – possono essere altrettanto dannosi per la salute mentale dei bambini… (Chi ha paura dei videogiochi #3)

Sposato, fidanzato o felicemente single?

Nessuno dei tre, ma sono un PACS, ovvero Patto Civile di Solidarietà. La nostra è un’”unione civile” (espressione che  fa un po’ ridere, c’è quella “incivile”?). Insomma non sono “tecnicamente” sposato, ma nella realtà lo sono eccome!

Da qui a 20 anni ti vedi ancora così appassionato al mondo videoludico?

Un granitico “SI”.

Perché iscriversi e seguire il tuo blog?

Fatevi un giro, cliccate dove volete, gironzolate per un po’. Se vi trovate bene, ritornate. Lasciate un commento, aspettatevi per certo una mia risposta. Iscrivetevi se avete voglia di leggere: i miei testi non sono adatti ai biglietti nei Baci Perugina. Astenersi gli affetti dalla sindrome TLDL (Troppo Lungo da Leggere). I Videogiochi sono di casa e hanno un posto centrale nel menu della mia webbettola. Una pinta di Grog non la si nega a nessuno.

Salutandoti ti chiedo se vuoi salutare qualcuno e se vuoi lasciarci con una citazione, frase o consiglio per i nostri lettori

Consigli? Nessuno perché già ho una certa età e poi mi si dà del “Ahò, ma questo è vecchio!”, come risuonò nelle mie cuffie durante una partita online a Gears of War (fui tradito dalla data di nascita sulla mia gamertag). Direi che tra citazioni e frasi ne potreste avere già abbastanza, perciò saluto tutti i lettori e ringrazio per questa opportunità di condivisione.

Grazie!

Link:

Il commento personale dell’intervistatore. Si, esatto, quel pensiero che non si fila nessuno!

Questo commento potrebbe sembrare una marchetta, o forse può sembrarvi uno sprono pubblicitario… Assolutamente no! Per quanto concerne il mio parere, le belle cose vanno tutelate, vanno consigliate e vanno amorevolmente condivise. Purtroppo, in un “mare” ormai inquinato da svariati “squali vegani” il minimo da fare, qualora uno avesse l’opportunità, è proprio quello di tracciare e evidenziare non un refuso visto e rivisto, ma qualcosa di un certo valore intellettuale ma soprattutto articoli ricchi e eticamente onesti.   

Ma… “ok, ma andiamo al sodo, che vuoi dirci?” 

Quello che voglio dire a tutti gli amanti di videogames e non solo, è di leggere, iscriversi e commentare il blog di RedBavon.  Esso rappresenta – non per sentito dire, ma per esperienza personale – la famosa mosca bianca dell’appassionato che a suo modo appassiona. Chi non mi conosce, deve sapere che sono anche un musicista diplomato al conservatorio ormai da più di quindici anni e qualcosina in ambito musicale ne capisco anche io….

No dai… “Non dirci che ci suoni una canzone…smettiamo di leggere e andiamo su un’altro competitor a caso, sappilo.”

Ovviamente no, il nesso mi serviva per arrivare al concetto. Claudio è il Battiato del genere. I suoi articoli sono sperimentali e all’avanguardia, sono un ritorno al passato, ma in un contesto moderno e drasticamente attuale, non vi convince, vi apre semplicemente gli occhi. Infine, vi assicuro che sarà davvero difficile non commentare alcuni articoli che, per forza di cose, vi coinvolgeranno totalmente.

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Pubblicato da Paolo M.

Tutto tutto, va bene… vi racconto tutto. Quando ero in terza ho copiato all'esame di storia. Quando ero in quarta ho rubato il parrucchino di mio zio Max e me lo sono messo sul mento per fare Mosè alla recita della scuola. Quando ero in quinta ho buttato per le scale mia sorella Heidi e poi ho dato la colpa al cane… Allora mia madre mi mandò a un campeggio estivo per bambini grassi e poi una volta non ho resistito, ho mangiato due chili di panna e mi hanno cacciato” (I Goonies, 1985)

14 Comments

  1. Gesummaria! Se fosse una “marchetta” sarei parecchio indebitato con te. Graditissimi sempre i complimenti, ma ancora di più se le motivazioni sono queste. Io ho un passato di mediocre esecutore di pianoforte che si è fermato al quinto anno di Conservatorio e l’accostamento con Battiato mi tira fuori un Narciso tutto scalpitante di gioia e mi fa decollare come il Pindaro nella versione più pirla che ci sia. Grazie davvero.
    Grazie, oltre per il complimento, per come hai definito il mio modo di esprimermi e il risultato che alla fine ti arriva.
    Fine dei salamelecchi e subito a rimboccarsi le maniche che c’è un “Calenda” sempre dietro l’angolo.
    RedBavon Raised by the Pixels Wars

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    1. Assolutamente no. Non è una marchetta. Come ho detto, bisogna portare in alto la qualità e valorizzare il lavoro e il tempo speso. 😉

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  2. Bellissima intervista! Bravo Paolo al solito. Anche io voglio porti una domanda Claudio: Cosa ne pensi del fatto che tra occidente e oriente ci sia una differenza di rilascio dei nostri amati videogames? Cioè, in Giappone rilasciano giochi che in Europa non arrivano volutamente e viceversa.

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    1. Ciao Roby,
      a partire dalla scorsa generazione di console questo divario si è andato molto assottigliando. La Xbox 360 è “region free” e altrettanto la PS3. Nintendo ci è arrivata solo ora con la Switch, ma Nintendo – citando un vecchio film – è sempre stata quella che “balla da sola”.
      Veniamo alla tua domanda la cui risposta in realtà è parecchio articolata, perché si porta dietro politiche di mercato delle aziende “first party”, tendenza del mercato globale, sviluppo di altri canali come la distribuzione digitale e, infine, retaggi culturali e barriera linguistica, il tutto stratificato negli anni.
      Provo a sintetizzare, ma di sicuro lascio delle voragini per strada.
      La prima motivazione è senza dubbio di matrice culturale: alcuni prodotti giapponesi nascono espressamente per il target locale come per esempio la serie The Idolmaster e, in passato, quasi tutte i game-visual novel. Un altro esempio sono i giochi di pachinko con il marchio di Hokuto No Ken.
      Altri non vengono distribuiti perché non consoni alla “morale” occidentale: ad esempio, Dead or Alive Extreme 3 per PS4 uscito in Giappone due anni fa. Evidentemente le donnine succinte e formose che giocano a pallavolo potrebbero creare qualche imbarazzo al bigotto pubblico occidentale.
      Aggiungi che la localizzazione è una voce di spesa che impatta significativamente sul conto economico di prodotti – considerati dagli stessi giapponesi – di nicchia.
      In passato vi era anche una situazione di mercato diversa in Giappone: i consumi interni garantivano ricavi sufficienti rispetto alla struttura di costi. I costi di sviluppo sono aumentati e i team aumentano di numero e specializzazione (vedi in epoca PS3 parecchi prodotti giapponesi tecnicamente indietro rispetto a quelli occidentali, roba impensabile ai tempi dei 16 bit).
      In conclusione, oggi per un editore giapponese l’interesse a pubblicare un prodotto solo per il mercato locale si è molto ridotto; è meglio concentrarsi su un progetto che può essere venduto in tutto il mondo.
      La distribuzione digitale e l’e-commerce, inoltre, hanno dato un ulteriore impulso alla riduzione di barriere distributive: per esempio gli sparatutto “old-school” (prodotti di nicchia) come Assault Suit Leynos, Battle Garegga, Raiden sono alla portata di noi occidentali.
      Questo dal Giappone. In senso contrario, la prima barriera è la localizzazione rispetto a un mercato che si è sempre dimostrato restio ai prodotti dall’”esterno”. Nel caso degli FPS si tratta addirittura di un impedimento fisiologico: la visuale in prima persona produce nausea nel giapponese medio.
      Mi pare di essere già andato lungo, ma se hai altre domande, non esitare. Mi fa piacere “chiacchierare” di questi argomenti.

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      1. Esaustivo come pochi. Grazie per la risposta.

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      2. Figurati! Anzi grazie a te perché mi hai dato lo spunto per mettere mani a un post sul tema delle localizzazioni e distribuzione dei videogiochi del Sol Levante, che avevo lasciato ad ammuffire tra le bozze. Mi sono riappassionato al tema e ora è solo questione di tempo (tirannò) per partorirlo. Ciao.

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  3. Se avessi io 5 minuti con Trump gli strapperei il parrucchino per capire se sotto quel cranio ci sia un cervello oppure no. Al solito bella intervista con quesiti molto interessanti che seguirò nel blog di redbavon.

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    1. Grazie e allora a presto. Batti un colpo, quando arrivi 😉

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  4. Bella intervista, e bello il commento dell’intervistatore. Penso che verrò a leggervi più spesso, anche se non sono una che videogioca…. Buon proseguimento!

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  5. Pietro Sabatelli 13 novembre 2018 alle 12:24

    Bella l’intervista e interessante questo sito, sito che non conoscevo nonostante la mia passione per i videogiochi, mi tornerà utile 😉

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    1. Grazie, proviamo sempre a rinnovarci ed essere all’altezza, per regalate senza tante pretese te alla nostra utenza un’esperienza diversa.

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  6. Segnalo – per quelli che non ci conoscono – che: sono aperte le iscrizioni al nostro giveaway (https://playgamesitalia.com/giveaway-made-in-play-games-italia/).
    Basta leggere il regolamento, tranquilli che non siamo cosi pignoli ovviamente se per caso non avete un profilo social ecc ecc. 🙂

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  7. […] fuori i pensieri di alcuni degli esponenti a sfondo nerdistico se non intervistarli? Da Fabu a RedBavon qui tutte le nostre […]

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