Certi amori non finiscono, fanno dei giri enormi e si ritrovano. Shadow of the Colossus (che per comodità da adesso abbrevieremo con SOTC) fa esattamente così. Ogni generazione l’opera che ho amato su PS2 al punto da finirla più e più volte fino a perderne il conto sul tramontare della console stessa si è riproposta in una veste grafica diversa e rinnovata, ma carica sempre dei suoi contenuti pregni di poetici scorci e situazioni in cui la tua stessa etica viene messa in discussione. In questa nuova gen il progetto viene affidato a Bluepoint e, stavolta, lo spazio viene dato totalmente al singolo SOTC piuttosto che alla presenza del compagno ICO facente parte dello stesso mondo. Avendo praticamente consumato il titolo su PS2 e saltato la riproposizione PS3, i sentimenti che mi hanno mosso durante l’installazione del gioco sono stati per lo più contrastanti, sarei stato messo di fronte ad un ottimo lavoro o ad uno snaturamento dell’intera IP con una veste per niente poetica e molto più incentrata sulla spettacolarità di particellari e texture? La risposta non ha tardato, adesso ne parleremo. Ma prima di cominciare, premetto che tenterò in ogni modo di non fare alcun tipo di spoiler sui colossi e sulla trama. Seppur messi di fronte ad una operazione di Remaster “plus”, bisogna ammettere che il lavoro di Ueda non era conosciuto dai più e resta per molti un punto interrogativo sullo scaffale di un rivenditore.

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L’ombra del passato, l’ombra dei colossi

Che SOTC fosse un titolo molto più che stretto su PS2 era risaputo. Il gioco urlava in ogni modo possibile di voler esser libero, ispirato e ricco, ma le limitazioni hardware di Sony imponevano una certa ottimizzazione. Col senno di poi, anche un altro lavoro di Team ICO sarebbe soffocato su un hardware addirittura maggiore, quello di PS3, per vedere l’ufficiale uscita su PS4, ma The Last Guardian a parte, torniamo a noi. A Bluepoint viene dato un compito arduo, quello di restituire a SOTC la bellezza che avrebbe sempre dovuto e voluto avere fin dai suoi albori e di dare ai combattimenti, agli scenari e alla mimica la spettacolarità che meritavano, nonchè impreziosire il tutto con collezionabili, easter egg e nuovi achievement da sbloccare. Concedetemi il gioco di parole, l’ombra di Shadow of the Colossus, il suo passato da capolavoro PS2, era persistente, stressante e imponente! Quei geniacci di Bluepoint tuttavia fanno un lavoro che va al di sopra dell’incredibile, seppur con qualche difetto nel suo complesso, il nuovo SOTC, questa “remaster plus” prende i nostri occhi, li ammalia e li fa innamorare, fin troppo facilmente ci fa perdere nella poesia dei paesaggi restaurati e praticamente ricolorati, nelle foreste non più grige e piene di quella nebbia che, si, faceva da ambiente alla forbidden land, ma nascondeva in modo elegante i limiti imposti dalla macchina dell’epoca. Tuttavia, la poesia d’un tratto si interrompe quando abbiamo a che fare con il nostro eroe “wander” e in particolar modo con il suo modo di muoversi e con il suo viso praticamente vitreo e bambolottoso, difatti nell’originale il viso era si privo di rughe d’espressione, ma nel complesso a quella qualità di grafica e dettagli risultava pressochè perfetto e totalmente in linea. La trasposizione PS4, purtroppo, vede un Wander praticamente trasformato, dal viso fin troppo cerato per esser un ragazzo della sua presumibile età, stavolta per nulla in linea col fotorealismo che è stato voluto e ricercato per il titolo. Altra nota dolente sono i movimenti. Ereditati direttamente da The Last Guardian, ma esasperati fino al limite della sopportazione, sia a cavallo di Agro che a piedi soffriamo come cani nel muoverci su dirupi e colossi, sballottati dai nostri stessi salti ed esasperati dall’imprecisione stessa del cavallo. In tal senso, speravo si facesse di meglio anche dal punto di vista della telecamera che, ok, si posiziona strategicamente per mostrare il panorama quando cavalchiamo per le lande desolate, ma soffre dannatamente nel momento in cui la tocchiamo risultando “scivolosa” e scomoda. In sostanza, una buona remaster che ci fa godere a pieno il titolo come voleva esser all’epoca, ma come oggi probabilmente non sarebbe in alcuni punti.

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Il Gioco

Wander, mosso da disperazione, a cavallo della sua fedele compagna Agro porta le spoglie ormai senza vita della donna che ama in una terra proibita andando contro agli insegnamenti della sua civiltà. L’intento è quello di portarla nella cattedrale della landa proibita ed eseguire un rituale magico imparato a grosse linee nella sua tribù e risvegliarla dal suo sonno eterno! Ad aiutarlo in questo sortilegio, la spada proibita rubata proprio prima di partire per il suo viaggio. Li, un’entità invisibile e apparentemente onnisciente identificata come “Dormin” gli rivela che l’unico modo per salvare la sua amata è sconfiggere e uccidere i 16 colossi che abitavano quelle terre. Egli lo attendevano, nascosti alla civiltà e dormienti, ma il prezzo per ogni uccisione sarebbe stato alto. In groppa ad Agro, tra collezionabili, frutti e lucertole ci muoveremo nella variegata terra proibita alla ricerca di ogni colosso che ci sarà comandato di uccidere. Per tutto il tempo saremo divorati dal senso che tutto ciò è sbagliato, che stiamo sottostando ad una volontà superiore che non ci porterà nulla di buono. Come se ogni volta ammazzassimo qualcosa di puro e antico che ci maledirà per sempre, ma non potremo fare a meno di cercare con la spada la loro carne per salvare colei che amiamo, evidentemente, più della nostra vita. Con un finale mozzafiato ed inaspettato la nostra avventura volgerà al termine segnando un nuovo inizio e facendoci entrare in un ulteriore visione del mondo legato a tutte le IP di Ueda.

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L’esperienza di gioco

Sebbene io abbia speso già qualche parola nella prefazione di questa recensione, lasciate che vi descriva quanto ho provato io a distanza di anni giocando di nuovo a SOTC.
Tutto quello che nell’originale era sbagliato è rimasto esattamente uguale, se non addirittura peggiorato. Wander, al pari del povero bimbo di The Last Guardian, soffre di molte difficoltà nella deambulazione. Si muove quasi incespicando di continuo e basta veramente poco per fargli perdere l’equilibrio in ogni occasione. Se per tutto il gioco il peso di questi movimenti troppo imprecisi tarda a presentarsi, nelle fasi finali e in special modo durante l’ultimo colosso la frustrazione potrebbe raggiungere limiti invalicabili, tanto che io stesso che son abituato allo stress di questi movimenti da anni sono stato costretto a metter in pausa il gioco e cercare di raccogliere tutta la pazienza necessaria per continuare il combattimento. Salti mancati, cadute inspiegabili e appigli irraggiungibili per il solo limite “invisibile” che il gioco ha voluto dare. Veramente molto molto frustrante, se ci aggiungiamo anche una gestione di telecamera per nulla migliorata, anzi peggiorata, nelle fasi concitate del combattimento. Male qui, Bluepoint. Ma il tutto viene diluito in una delle esperienze grafiche migliori che io abbia mai visto, sicuramente non all’altezza dei suoi pari uscita del 2018, ma certamente d’effetto e altamente poetico. La modalità foto inoltre mi ha dato modo di godermi tutto lo spettacolo che mi circondava con tutta la calma che desideravo, dandomi lo spazio necessario di creare dei veri e propri quadri ingame da esportare per il mio pc. Bene qui, Bluepoint. Il comparto audio è il medesimo dell’originale ma impreziosito dall’alta qualità che si è potuta raggiungere con i nuovi supporti della nuova generazione. In definitiva, seppur SOTC scopra il fianco in alcune situazioni e lasci l’amaro in bocca, in altre ti lascia veramente senza fiato e desideroso di continuare l’esperienza anche se sei un veterano come me. Un must play su PS4, l’ennesimo, e una remaster/remake che bisogna aver giocato almeno una volta nella propria vita.

Piccola nota a fine articolo: Ho apprezzato molto l’easter egg di The Last Guardian che mi ha fatto sinceramente emozionare.

voto 8

Recensione di Raffaele Ratti team PlayGamesItalia.

Vuoi una seconda opinione? Guarda la video recensione made in Two Times Nerd

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Pubblicato da Paolo M.

Tutto tutto, va bene… vi racconto tutto. Quando ero in terza ho copiato all'esame di storia. Quando ero in quarta ho rubato il parrucchino di mio zio Max e me lo sono messo sul mento per fare Mosè alla recita della scuola. Quando ero in quinta ho buttato per le scale mia sorella Heidi e poi ho dato la colpa al cane… Allora mia madre mi mandò a un campeggio estivo per bambini grassi e poi una volta non ho resistito, ho mangiato due chili di panna e mi hanno cacciato” (I Goonies, 1985)

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